lunedì 27 settembre 2010

LETTERA A LÉONTINE di Raffaello Mastrolonardo

Di  Astrid Fataki

I lettori appassionati sono sempre alla ricerca di libri che sappiano emozionare, ed è quello che accade quando ci si trova a leggere un romanzo come "Lettera a Leontine" di Raffaello Mastrolonardo.

Il romanzo è incentrato sull'amore profondo che Piergiorgio, il protagonista, prova per Lea. Léontine (Lea), nome così particolare, da intrigare Piergiorgio, medico e stimato professionista. Un amore sofferto il suo, che ci porta nei meandri delle debolezze umane, delle relazioni con gli altri, delle difficoltà della vita. Attraverso le vicende del protagonista, l'autore, ci mostra i due lati dell'amore. Da un lato, la morte dell'amore coniugale causata dalla routine quotidiana e dalla pigrizia, dall'altro, l'amore come fuoco alimentato dalla passione. La ragione che ha sempre il sopravvento sui sentimenti, fa si che, l'uomo, per sua natura, non sappia cogliere l'attimo, "Carpe Diem".

Così come, Léontine, donna affascinante, indipendente, nello stesso tempo fragile e dolce. Amanti che si cercano, si rincorrono, si perdono, si ritrovano, incapaci di fare delle scelte, frenati dall'incertezza del futuro. La presunzione dell'uomo di dominare il domani, sarà qui demolita dagli eventi inaspettati del tempo. Un romanzo che commuove, coinvolge, e che fa riflettere.

Stralcio del brano:

«La mia vita stava prendendo direzioni divergenti, senza che me ne rendessi conto. Come capita quando sei sugli sci: se apri troppo le gambe ti ritrovi a terra, e fa male. Ecco, stava accadendo anche a me. La vita famigliare andava da una parte, quella professionale dall'altra. Il guaio era che mi servivo di una per fuggire dall'altra, e comunque nessuna costituiva un valido rifugio, una compensazione. Anzi, più le due vite divergevano, più si condizionavano a vicenda. Ho compreso troppo tardi quanti errori ho compiuto per reazione a qualcosa o a qualcuno, nell'uno e nell'altro campo.

La famiglia era ormai l'apoteosi dell'apparire e la negazione dell'essere. Una bella casa in centro dove c'eravamo trasferiti da poco, arredata con gusto, tenuta in ordine in modo maniacale da Alessandra. Tutto era al suo posto, pulito, perfetto. Una famiglia esemplare. Talvolta m'interrogavo sulla nostra relazione, così composta e compiuta, e che allo stesso tempo stava perdendo ogni ragion d'essere. All'epoca però non arrivavo mai a quest'amara considerazione. Il pensiero deviava spontaneamente. Sul passato che era stato bello, su quanto eravamo stati felici. Su nostra figlia Sveva, bene prezioso, irrinunciabile, sul cui altare sacrificare tutto me stesso. Così mi trovavo prigioniero di un incantesimo, stregato da passato a presente. E il futuro?Non riuscivo a immaginare un futuro diverso da ciò che era stato ed era in quel momento. Paura, pigrizia, cecità

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